Dalla governance economica al governo dell’Eurozona, di Andrea Manzella

Posted on 29 luglio 2015

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Il noto costituzionalista Andrea Manzella, direttore del Centro di Studi sul Parlamento dell’Università Luiss, risponde alla nostra sollecitazione inviandoci un contributo sul tema del rafforzamento del governo dell’Eurozona, già affrontato su questo blog da Paolo Ponzano e oggetto di diverse proposte di esponenti di governi nazionali ed esperti. Il prof. Manzella evidenzia in particolare la necessità di una legittimazione democratica che, a Trattati invariati, può derivare unicamente da un consolidamento della collaborazione tra Parlamento europeo e parlamenti nazionali.

Come trasformare, senza cambiare -per ora- i Trattati, la “governance” economica  in “governo” dell’Eurozona? E’ possibile lungo un coerente percorso con quattro obiettivi istituzionali, i più concretamente fattibili.

Primo. La trasformazione dell'”unione economica” degli Stati dell’Eurozona in “cooperazione economica rafforzata”, come consente l’art. 20 del Trattato e, soprattutto, com’è previsto dall’art.10 del Fiscal Compact. Non è un formalismo giuridico, è sostanza. Perché con lo strumento della “cooperazione rafforzata” si crea un ordinamento particolare: con vincoli più stretti, con decisioni più facili e anche con “contratti” speciali, tra gli Stati partecipanti. Un ordinamento che non è però sconnesso dal resto dell’Unione perché la Commissione europea avrà sempre funzioni di collegamento.

Secondo. Con la creazione di una “cooperazione rafforzata” si aprirebbe la possibilità di conseguire un altro prezioso obiettivo. Quello di istituire una linea di bilancio con funzioni e — soprattutto — fondi nettamente separati dal “quadro finanziario pluriennale”. Lo consente l’ art. 332 del Trattato. L’Eurozona che ha già: un’articolazione del Consiglio che si chiama “Vertice euro”; un’articolazione dell’Ecofin che si chiama “Eurogruppo”; un’articolazione parlamentare che si chiama “Conferenza interparlamentare per la governance economica”, potrebbe così raggiungere anche una sua “capacità fiscale” articolata per fondi.

Terzo. La costruzione di un “fondo europeo di assicurazione contro la disoccupazione”: che integri gli specifici regimi assicurativi nazionali. I dati “terrificanti” sulla disoccupazione, quella giovanile soprattutto, fanno di questo obiettivo un vero e proprio impegno di salvezza europea.

Quarto. “Comunicare politica europea” attraverso meccanismi di legittimazione democratica immediati e familiari alla percezione pubblica. A Trattati invariati, questi due requisiti possono provenire solo dal consolidamento della cooperazione tra Parlamento europeo e Parlamento nazionale. La vera rivoluzione istituzionale del Trattato di Lisbona è consistita infatti nel dare ai Parlamenti nazionali natura e funzioni di istituzioni anche europee (art.12). La cooperazione interparlamentare trova del resto le sue radici e giustificazioni ultime nella stessa forma duale della cittadinanza europea che “si aggiunge” a quella nazionale. Finora questa risorsa è stata malamente sciupata, per opposte diffidenze e miopie, nelle cosiddette “settimane parlamentari”: che inglobano anche le “conferenze” miste istituite tra deputati europei e deputati nazionali. Ma il seme è stato gettato. E la forza delle cose – cioè la necessità che la cooperazione economica abbia doppia legittimazione, statale e sovrastatale – porta lì dove appunto dovremo mirare: cioè ad un sistema parlamentare euro-nazionale.

Insomma, le misure economiche, certo. Ma per stabilizzarne gli effetti, per raddrizzare davvero la rotta della barca europea bisogna saldarle istituzionalmente. Con la loro collocazione in un quadro giuridico che ne faccia “vedere” la logica politica e la legittimità democratica.